
verità e giustizia
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Benvenuti al numero 89 del supplemento d'informazione di Libera Informazione, potete scaricare il file in formato pdf cliccando QUI .  “Siamo stati ad un passo da prendere Matteo Messina Denaro”. La testimonianza di Giuseppe Linares 
Tribunale di Marsala, udienza del 27 aprile contro Matteo Messina Denaro più altri. Lui è il capo mafia appena 50 enne, boss indiscusso di Castelvetrano e della cupola provinciale di Trapani, latitante da 19 anni, dal giugno del 1993; gli altri sono i suoi complici, i più stretti “picciotti”, quelli maggiormente fidati, poi ci sono i “postini”, i favoreggiatori, quelli della manovalanza, ma anche l'alter ego, il cognato Vincenzo Panicola. Aula strapiena, ma non è pubblico normale, sono i parenti degli imputati, Giuseppe Linares li sfiora entrando in aula. Linares è l'ex capo della Squadra Mobile di Trapani, quello che più di altri ha guidato la “caccia” al super boss. O meglio quando si era messo in carreggiata per fargli terra bruciata attorno, è stato promosso e portato ad altro incarico. Prima di allora aveva inanellato un successo dietro l'altro, dalla metà degli anni '90 in poi inseguendo la corruzione di politici e burocrati, gli imprenditori a disposizione della mafia, gli appalti pilotati, il voto di scambio, era riuscito ad arrivare ai nascondigli di tutti i latitanti, mancava, e manca, l'ultimo, Matteo Messina Denaro per l'appunto. Per la sua cattura il Viminale ha messo su un pool, ne fanno parte le Squadre Mobili di Palermo e Trapani e lo Sco. Linares da capo della Mobile di Trapani ne era parte e con i suoi “cacciatori” della catturandi, quelli che da tempo pur facendo i conti con i soldi che mancano per pagare missioni e benzina, hanno dato il contributo indispensabile per i successi nell'arresto di pericolosi boss, aveva trasferito il “metodo” sino a quel momento applicato, per arrivare anche a Matteo Messina Denaro, ma il metodo d'improvviso si è fermato.
Oggi il poliziotto-“cacciatore” non “caccia” più la preda-superboss. La ricerca del capo mafia Matteo Messina Denaro non è più cosa dell'ex capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Linares. Ieri a Marsala i pm Guido e Sabella gli hanno chiesto cosa è stato del suo “metodo”: “Non so, sono stato promosso da vice questore a primo dirigente e portato ad altro incarico, dirigente della divisione anticrimine della Questura di Trapani”. E' quindi, per questo, fuori dal gruppo di investigatori che cercano di catturare Matteo Messina Denaro il sanguinario assassino che è a capo di una holding di imprese e società a sua disposizione, protetto da una cerchia di “complici” in doppio petto e valigetta 24 ore. Nel pool oggi ci sono i suoi “eredi”, c'è ancora il “cuore” pulsante della catturandi e il neo capo della Mobile, Giovanni Leuci. Per un paio di mesi sulla spinta degli investigatori palermitani la ricerca di Matteo Messina Denaro si è concentrata direttamente sull'obiettivo, adesso il pool è tornato al passato, è tornato il metodo del fare terra bruciata attorno, individuando quelli che sono oggi i suoi nuovi favoreggiatori. Perché la peculiarità di Matteo Messina Denaro resta quella di essere circondato da una serie di personaggi, soprattutto insospettabili, che lo vedono come uno invincibile, viene adorato più che rispettato secondo il codice d'onore, e quindi trova sempre nuovi aiuti.
Per circa quattro ore e mezza l'ex capo della Mobile di Trapani ha parlato di chi è Matteo Messina Denaro e ha ripercorso le tappe dell'indagine che hanno portato nel marzo del 2010 ad una maxi retata nel Belice e quindi all'odierno dibattimento. Linares ha parlato della cosidetta “area grigia”, quella creata proprio da Matteo Messina Denaro “che ha fatto una sua Cosa nostra dentro Cosa nostra”. Tante luci nel racconto dell'investigatore, come “l'avere scoperto il sistema postale “privato” del latitante, la circolazione dei “pizzini”, i riferimenti strategici di Matteo Messina Denaro erano “i cognati Filippo Guttadauro – fratello di Giuseppe il medico capo mafia di Brancaccio e amico di Cuffaro – e Vincenzo Panicola, e in ultimo il fratello, Salvatore Messina Denaro”. Ma il racconto di Linares si è soffermato anche su alcune ombre non chiarite del tutto e che sembrano proporre scenari già visti. Nel 2006 in piene indagini che facevano terra bruciata attorno a Messina Denaro, nel covo dove si nascondeva Bernardo Provenzano vengono trovati dei “pizzini” di Alessio, l'alias usato dal latitante trapanese, in questi a proposito di appalti da farsi e di mediazioni con la politica si fa riferimento ad un certo “Vac”. Pochi giorni di indagine e si individua il soggetto, Tonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano. Clamorosa la scoperta: “Era in contatto con uomini del Sisde dal 2003 al 2007 Vaccarino era stato usato dal Sisde come infiltrato senza che la Dda di Palermo sapesse nulla”. L'idea era stata del generale Mori e del suo braccio destro De Donno. Infiltrato che non portò mai da nessuna parte.
Ma la testimonianza di Linares ha offerto anche altro. “Siamo stati ad un passo – ha risposto Linares – dalla cattura di Matteo Messina Denaro”. Forse già nel 2010 Matteo Messina Denaro poteva essere arrestato ma i vertici della Procura di Palermo e della Polizia nel marzo del 2010 decisero di fare scattare i fermi dei personaggi oggi sotto processo; se ai poliziotti di Trapani fosse stato concesso altro tempo, la cattura poteva esserci seguendo quei pizzini che a Matteo dovevano essere inviati, così era concordato, a partire dal successivo mese di maggio. 
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Il 22-23-24 Maggio. Per non dimenticare.
Il libro “Il Casalese” non sarà mandato al macero Non si può ancora scrivere la parola “fine” alla vicenda che vede contrapposti i nove autori del libro Il Casalese – Ascesa e tramonto di un leader politico di Terra di Lavoro (edito da Cento Autori) al fratello dell'ex sottosegretario all'economia, Nicola Cosentino. Giovanni Cosentino si era infatti rivolto al Tribunale di Napoli chiedendo la distruzione al macero di tutte le copie della biografia non autorizzata del fratello, oltre a un risarcimento danni pari a un milione e 200 mila euro.
Angela Carbone, giudice del Tribunale civile di Napoli, ha respinto la richiesta degli avvocati di Cosentino: il libro dunque non sarà né ritirato dalla vendita né distrutto al macero. In merito alla richiesta risarcitoria, sarà invece la Sezione ordinaria del Tribunale di Napoli che dovrà esprimersi, subentrando alla Sezione specializzata in materia di proprietà industriale ed intellettuale, alla quale i Cosentino si erano impropriamente rivolti.
La vicenda è seguita da vicino anche dallo Sportello Morrione-Querele Temerarie, del quale si parlea sul numero di aprile di «Narcomafie»  Raffaele Lombardo presenzia al suo processo, pesanti accuse sulla sua testa

“Avevamo dichiarato che ci saremmo difesi nel processo e per fare questo partecipiamo al procedimento, per fronteggiare le sciocchezze e le contraddizioni che questo collaboratore propala da qualche tempo a questa parte”. Sono le dichiarazioni di Raffaele Lombardo, presidente della Regione siciliana che oggi ha presenziato al processo per il quale è indagato per voto di scambio e concorso esterno, che si è svolto a Catania nell'ex Prefettura. La nuova tegola che pesa sulla testa del presidente e del fratello Angelo Lombardo parte dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaetano D'Aquino, uomo d'onore che frequenta la galera fino al 2004, l'anno successivo ottiene i domiciliari e vi rimane per circa otto mesi. Un capo, colpevole di innumerevoli omicidi e legato alla ‘ndrangheta, ma per molto tempo sconosciuto a Cosa nostra. “Ho deciso di collaborare – spiega- perché mi è venuto un forte senso di ribrezzo, sia verso me stesso, che per l'ambiente che frequentavo. Adesso voglio dare un contributo dopo 24 anni di fatti atroci”.
Il dibattimento, che riguarda le elezioni alla Camera del 2008 e la campagna per far eleggere Angelo Lombardo, nasce da uno stralcio dell'inchiesta “Iblis” su rapporti tra mafia, politica e imprenditoria. La posizione dei fratelli Lombardo era stata stralciata dal fascicolo principale, e l'accusa iniziale di concorso esterno in associazione mafiosa è stata derubricata in reato elettorale con la citazione a giudizio diretta. La scelta dell'allora procuratore facente funzioni, Michelangelo Patané, e dell'aggiunto Carmelo Zuccaro, che la motivarono richiamando la sentenza di assoluzione della Cassazione su Calogero Mannino, non fu condivisa dai quattro magistrati titolari dell'inchiesta.
Il fascicolo per concorso esterno è passato al vaglio del gip Luigi Barone, che non ha accolto la richiesta di archiviazione della Procura e ha disposto invece l'imputazione coatta per Raffaele Lombardo e suo fratello davanti a un nuovo gip. ”Mi incontrai con Angelo Santapaola e parlammo di portare voti al Movimento per l'Autonomia, partito che aveva chiesto appoggio al clan, e lui mi disse che portava appoggio a Pippo Limoli (deputato regionale Pdl )”. Dichiara D'Aquino: ”Ero stato sensibilizzato da parte di Alessandro Porto per portare appoggio elettorale a Giovanni Pistorio”. E poi prosegue: “Con Orazio Pardo riflettemmo sull'eventualità di votare l'Mpa, ma per l'Mpa non abbiamo avuto nessun vantaggio. Pardo mi disse che era conveniente e che nel Mpa c'erano politici molto agganciabili, Di Mauro mi disse che c'erano politici molto disponibili. I nomi che circolavano erano Angelo e Raffaele Lombardo. Escludendo il 2008, nel 2006 non fu portato mai un volantino di Angelo e Raffaele Lombardo”.
Erano stati dati tanti voti. Poi di politica non si parlò più fino al 2008”. D'Aquino ha parlato anche di rapporti con un usuraio catanese ormai deceduto : ”Due settimane prima della gara di calcio Catania-Albinoleffe, nel 2006, mi disse che la segretaria o il segretario di Raffaele Lombardo, non ricordo bene, gli aveva mandato un sms chiedendo un appoggio politico e lui mi disse ‘io non gliene dò, in passato gli avevo chiesto un favore per mia figlia laureata in medicina e non lo fece”'. “Lui era contrariato – ha sostenuto il pentito – ma io gli dissi di cogliere l'occasione: ‘appoggialo, poi si pensa'”. Il collaboratore di giustizia spiega anche il meccanismo elettorale: “La gente per 100 euro faceva di tutto, si rompevano anche un dito, c'erano buste della spesa in abbondanza in alternativa o in aggiunta al denaro. “La gente con 100 euro si orientava subito politicamente, la gente andava appresso a chi li sosteneva. Parecchie persone, come la famiglia Aurichella gli fu promesso il posto di lavoro, anche se non per tutti è stato mantenuto. Su dieci davano il lavoro a chi volevano loro, per questo nel 2008 le cose cambiarono sulle promesse”.
Il processo proseguirà a metà maggio, mentre il 25 sarà sentito Rosario Di Dio, il boss di Ramacca. Anche lui, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbe sostenuto la campagna elettorale dei leader autonomisti. “Le contraddizioni che sono emerse nel corso di questo interrogatorio sono notevolissime e poi bisognerà vedere obiettivamente per chi avrebbe votato lui o i suoi amici- spiega Lombardo- Certo, pare che non ha votato assolutamente per nessun Lombardo, né nel 2006 né nel 2008. Avrà votato per altri, anzi ha anche dichiarato che ha votato per altri” |
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